Tesi a confronto sulla pirateria digitale – Nicotra vs Tozzi

Due modi diversi di concepire il diritto d’autore a confronto: da un lato il punto di vista di Riccardo Tozzi, presidente dell’ANICA, l’Associazione Nazionale delle Industrie Cinematografiche, Audiovisive e Multimediali; dall’altro quello di Luca Nicotra, segretario di Agorà Digitale, associazione di area radicale che si batte per le libertà digitali. A entrambi Panorama.it ha posto le stesse domande, in un’intervista doppia che affronta i principali temi del dibattito.

Punire chi delinque
Riccardo Tozzi, presidente dell’ANICA
Quali caratteristiche deve avere secondo lei una buona legge sul diritto d’autore che limiti i danni causati dalla pirateria? E cosa pensa di strade alternative alla via giudiziaria che coinvolgano organismi come l’Agcom?
«La legge deve assolutamente proteggere la libertà d’espressione in rete: il diritto d’autore non può essere usato come scusa per perseguitare siti che sono antipatici a qualcuno politicamente o culturalmente; allo stesso tempo, però, servono regole per garantirci tutela da chi usa a scopi commerciali opere intere. Si badi bene: noi siamo disposti a fare un passo indietro, a dire che la tutela non vada estesa ai frammenti di opere, sebbene sia nostro diritto. E ciò perché, lo ripeto, siamo per la totale libertà di comunicazione. Dall’altra parte bisogna essere rigorosi, punire chi si comporta da delinquente. Il punto vero, capiamoci, sta nella finalità: chi per comunicare qualcosa in rete usa uno spezzone di un film a mio avviso non fa niente di male, chi ci guadagna su in modo seriale deve essere fermato. Quanto al discorso dell’Agcom, penso che solo un uomo molto crudele possa credere che con la situazione attuale della nostra giustizia, con il sovraffollamento dei casi presso i tribunali, si possa essere favorevoli a intasarli ancora di più. Ritengo che una struttura come l’Agcom con un comitato di garanzia in cui siano rappresentati i diversi interessi sia in grado di agire rapidamente e con efficacia. E sono anche sicuro che se non la si fosse attaccata come se fosse la Spectre (organizzazione criminale presente nella saga di James Bond, ndi), ci sarebbe stato tanto margine per migliorare le sue procedure d’intervento».
Demandare ai fornitori di connettività, ovvero ai provider, il compito di vigilare sui contenuti come avviene in altri ordinamenti, è una soluzione virtuosa?
«Devo dire che all’interno dell’organizzazione che rappresento esistono degli orientamenti favorevoli a questa soluzione, ma alla fine da parte nostra prevale un’altra posizione: non possiamo chiedere ai provider di fare gli sceriffi del web, ma devono fornire all’Agcom quelle informazioni che l’autorità ragionevolmente può chiedere per reprimere uno sfruttamento commerciale di file protetti da diritto d’autore. Mi pare una soluzione equa».
Perché la proposta di nuove norme a tutela del diritto d’autore evoca puntualmente lo spettro della censura?
«Lo trovo un tema interessante di psicoanalisi collettiva. Prendiamo i grandi aggregatori di contenuti e i siti commerciali: a loro conviene parlare di censura perché sono come grandi soggetti in evasione fiscale e dunque per loro è utile affermare che le tasse non vanno pagate. Preciso meglio: da una parte ci sono i grandi aggregatori che, banalmente, non vogliono rotture di scatole su ciò che transita sulle loro pagine; dall’altra ci sono i siti commerciali che guadagnano rubando diritti e questo clamore li mantiene in piedi. Poi c’è un’altra categoria ancora, quella dei politici: su ogni problema conducono un’analisi legata a una sola domanda, si chiedono “quanti sono”. Quanti sono gli utenti della rete e quanti sono – rispondo: pochi – quelli che fanno diritto d’autore. Parlano di censura per pura demagogia. Infine c’è un sostrato culturale che Hegel chiamava “negatività astratta”: l’idea, la tentazione, di creare uno spazio anarchico non regolato. Un rifiuto diffuso, che scorre sottopelle, anche nell’ambiente della cultura. Questa è tutta gente che condiziona la stragrande maggioranza delle persone. Quelli che hanno la buona fede di credere che chi difende certe posizioni sia a sua volta in buona fede».
Chiudere siti come Megaupload, Megavideo e tutti quelli che a ruota, anche spontaneamente, si stanno aggiungendo, lascerà il segno? Pensa che comunque gli utenti troveranno altre arene dove condividere e scaricare i file?
«In Italia non succederà niente. L’antidoto è un’offerta legale migliore, più veloce, a prezzi ragionevoli, che civilizzi il consumo. Eliminando, contemporaneamente, con forza, chi quell’offerta la offre in modo gratuito. Un gesto, quest’ultimo, che non mette in gioco nessun diritto di libertà: dà solo il diritto a tutti di fare impresa senza che essa sia basata su una frode».
Cosa è giusto che sia gratuito e aperto a tutti sul web?
«Se internet è una piazza, allora bisogna seguire gli stessi criteri di una piazza fisica. Dove è giusto sedersi su una panchina, chiacchierare, scambiarsi oggetti e regali. Ma non esiste, non ha senso, non è giusto, che ci sia un angolo della piazza con delle bancherelle dove si può andare a prendere degli oggetti senza pagare. Perché, lo sappiamo tutti, se lo fai nel mondo reale stai commettendo un furto. E il proprietario non se ne sta fermo a guardare indifferente, come se niente fosse. Quello, giustamente, t’insegue».

 

Non esiste solo il copyright
Luca Nicotra, segretario di Agorà Digitale
Quali caratteristiche deve avere secondo lei una buona legge sul diritto d’autore che limiti i danni causati dalla pirateria? E cosa pensa di strade alternative alla via giudiziaria che coinvolgano organismi come l’Agcom?
«Una buona legge, oltre al diritto d’autore, deve tenere conto di altri interessi diffusi. Deve cercare un equilibrio con il diritto all’informazione, alla conoscenza. L’approccio più gettonato pare invece quello della rimozione dei contenuti, dell’introduzione di una normativa più severa sugli utenti finali e sulle piattaforme dove vengono caricati i file. Nessuno nega che ci sia la necessità legittima di remunerare gli autori, ma un percorso del genere può portare a un imbarbarimento, a una cancellazione indiscriminata, selvaggia, dei contenuti. Non dimentichiamoci che i siti che li ospitano sono soggetti commerciali, sono attori di mercato che non possono impiegare risorse per una scrematura e dunque potrebbero fare di tutta l’erba un fascio, dire di sì a ogni richiesta di cancellazione per non esporsi a un contenzioso. Quanto all’Agcom, noi preferiamo passare dalla valutazione di un’autorità giudiziaria: l’Agcom come arbitro di singoli procedimenti con procedure accelerate ci pare un soggetto strumentalizzabile. Si tratta pur sempre di un organismo che subisce un’influenza politica, che ubbidisce a dinamiche di schieramento. Noi vorremmo evitare qualsiasi tipo di condizionamento».
Demandare ai fornitori di connettività, ovvero ai provider, il compito di vigilare sui contenuti come avviene in altri ordinamenti, è una soluzione virtuosa?
«Ai provider, cioè a un soggetto commerciale? Va bene la tutela del copyright, ma dall’altra parte c’è la corposa questione del diritto alla privacy e della neutralità della rete. I fornitori di connettività, per essere utili allo scopo, dovrebbero controllare ogni contenuto che io scarico. Davvero siamo certi che per salvaguardare il diritto d’autore vogliamo mettere in piedi un’infrastruttura tecnica di questo tipo, senza timore poi che se ne faccia un abuso? Ci sentiremmo sicuri in un Paese del genere?».
Perché la proposta di nuove norme a tutela del diritto d’autore evoca puntualmente lo spettro della censura?
«Anzitutto chiariamo: si tratta di una censura 2.0, da tempi del web. Qui nessuno si sente nell’epoca degli indici dei libri proibiti. Solo che questa nuova forma di censura sa essere molto efficace e pervasiva perché sfocia nel dubbio, nell’autocensura: si accompagna a un modello di norme che intimidisce nella pubblicazione e nell’utilizzo dei contenuti perché espone alla possibilità della sanzione, di subire dei procedimenti. Il punto è che il confine è sottile, perché è sempre più complicato capire cosa è protetto da diritto d’autore e cosa invece non lo è. Si va verso un inasprimento della legge senza capire che già quella che vige oggi è restrittiva: ha un impianto concepito negli Anni Quaranta, ragiona ancora come se avessimo a che fare con libri stampati, con musica incisa su vinili. Non capisce i nuovi modelli, i nuovi meccanismi. E parte da una prospettiva sbagliata: è come se paragonasse la cultura al cibo, dando per certo che se non la pago allora mi sazio e non la compro. Non capisce che la cultura ha un effetto moltiplicatore: che la possibilità di assaggiarla fa aumentare il consumo. Rende disponibili al pagamento per servizi simili, o correlati e avanzati. Non esiste solo il bianco o il nero, il diritto d’autore non è un totem. E invece noi restiamo ancorati a una visione sorpassata. Non è accettabile in una società che vuole essere aperta».
Chiudere siti come Megaupload, Megavideo e tutti quelli che a ruota, anche spontaneamente, si stanno aggiungendo, lascerà il segno? Pensa che comunque gli utenti troveranno altre arene dove condividere e scaricare i file?
«Sinceramente non credo in un determinismo secondo il quale a internet può succedere di tutto e rimarrà comunque un sistema che sviluppa degli anticorpi, che si difende, che non teme contraccolpi sul piano della libertà d’informazione. Le scelte che abbiamo fatto e che faremo avranno delle conseguenze e potranno cambiare sensibilmente la fisionomia del web. Penso pure che i governi stiano perdendo la bussola, non hanno il timone di questi fenomeni e la cosa mi sembra molto grave. No, non sono ottimista per il futuro».
Cosa è giusto che sia gratuito e aperto a tutti sul web?
«Non credo esista un diritto al gratuito, non è qualcosa che è scritto in Costituzione. Ma ci sono scritti altri diritti fondamentali come l’accesso alla conoscenza e la libera circolazione dell’informazione. In rete c’è la necessità di tutelare nuovi modelli di organizzazione che sono nati e che non ci aspettavamo, nuove economie non basate sul denaro. Wikipedia, un’enciclopedia diffusa alla quale milioni di persone danno un contributo senza pretendere un centesimo in cambio non l’aveva prevista nessuno, ma è una realtà. È giusto che ci sia e va tutelata, a maggior ragione perché è gratuita».

fonte Panaorma.it

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